Se non ci riesci licenziati.

#Giochiamocela alla pari.

Se non ci riesci licenziati

Se non ci riesci licenziati è il ronzio che avvertiamo a fine giornata dopo 4 ore di sonno non continuative, mentre torniamo a casa e troviamo il nostro neonato che ci attende a casa o al nido.

Questa storia ha radici profonde, ma l’apice lo abbiamo ottenuto con la frase di Bertolaso del 2016 quando la Meloni allora incinta correva per candidarsi come sindaca di Roma :

“La Meloni deve fare la mamma, mi pare che sia la cosa più bella che possa capitare a una donna nella vita”. 

o la splendida frase di Feltri:

“Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino”

Ma quanto fanno male queste parole?

Tanto e per tanti motivi.

Una donna incinta non può fare carriera?
Non può proprio provare il desiderio di farla o non si deve azzardare nemmeno a pensarlo?

Fare la mamma può essere la cosa più bella nella vita se è quello che si vuole e comunque, pare assurdo doverlo dire, essere madre non è uno scopo. E’ una condizione. Perchè una volta che lo diventi non sei arrivata alla meta ma hai appena avviato un cammino.

Io posso essere tranquillamente madre nella mia vita privata ed una fantastica PRO-FES-SIO-NI-STA sul lavoro.
Se mi dai la possibilità posso fare come i miei colleghi portatori di pene.
Ma giochiamocela alla pari.

In questo articolo vorrei parlare con te donna forte e amibiziosa che hai lavorato nella tua azienda come non mai, hai dato talmente tanto che infatti la chiami : “La mia azienda” anche se ovviamente non è tua.
Con te che ami il tuo lavoro e vuoi fare carriera. Spingi sempre più dando il massimo, straordinari, niente ferie , non sai cosa sia prendersi la malattia e lavori sodo perchè la promozione possa arrivare.

Gli anni passano veloci e anche la tua vita privata procede. Con il tuo compagno decidete di metter su famiglia.

Sei incinta.
Lo comunichi in azienda e ti sembra di sentire i palmi del tuo collega sfregarsi.
Sorrisi fintissimi e congratulazioni che fioccano come chicchi di riso ad un matrimonio. Rassicuri tutti : lavorerò come ho sempre fatto, non sono come le altre che si mettono in maternità da subito creando danni al lavoro. Magari ci credi davvero.

I mesi passano, attraversi la città guidando a fatica perchè il pancione è scomodo e non ti fa dormire. Gambe gonfie, piedi che esplodono. Ti devi alzare dalla tua postazione molto più frequentemente, non trattieni più la pipì e anche le visite in bagno si fanno più numerose, i tacchi.. che te lo dico a fare. Volevi lavorare fino al nono mese per dimostrare che si può fare, che hai le PALLE ma non riesci.

Inizi il congedo obbligatorio e capisci che non avrai mai quel posto per cui avevi lavorato. Improvvisamente sei isolata dal lavoro e ti fa strano.

Ma sai perchè molto probabilmente quella promozione non arriverà mai?

Perchè tornerai a lavoro al terzo mese dal parto e sarai distrutta fisicamente e non , oserai chiedere l‘allattamento, oserai prendere i permessi che non avevi mai chiesto e dovrai giustificarli :
“ Ho il bilancio di crescita”;
“Ho l’ inserimento al nido” ..
E magari non te lo diranno apertamente ma lo penseranno:

“Ma fai la mamma, che è la cosa più bella che possa capitare a una donna nella vita!”

E tutto il sangue dato, tutta la tua vita non vissuta e regalata in attesa della promozione evapora come pioggia al sole.

La vita continua prendi altri permessi, prendi la prole, trovi un modo per far quadrare i conti con quest’essere di tre mesi, che piange, caga ed è la causa del tuo fallimento lavorativo ma quando ride il tuo cuore esplode di amore.

Tre mesi sono nulla.

Ci fanno rientrare a lavoro perchè questa società non si fonda sul lavoro ma sull’assistenzialismo della famiglia. Chi può lascia i figli ai genitori, chi non li ha tenta con il nido comunale, (impresa titanica), che poi diventa quello privato dal costo pari al tuo stipendio. E provaci nel post covid a mandarceli. Uno starnuto e ti chiamano: “ suo figlio non può rimanere, ha il raffreddore” . Ahivoglia a dire :”Ma come, sta bene, è solo uno starnuto”. Non c’è verso lo devi andare a prendere.

Ti vedo nel traffico della città correre con la macchina con a bordo tuo figlio e non sapere dove sbattere la testa.

Tre mesi sono pochi, torni a lavorare senza prospettive di carriera, stanca, col cuore a pezzi, con la mente altrove.

Ah, ma se sei stanca, se non hai aiuti insomma se non ci riesci licenziati.

Si chiama licenziamento protetto. Lo si fa all’ ispettorato del lavoro. Devi solo dichiarare che non riesci a conciliare il lavoro con la famiglia.

Ed è la più grande presa per culo di sempre.
Perchè non sei tu che non ci riesci, non sei tu il problema .
Tu sei umana, la tua giornata è fatta di 24 ore come la mia e quella del tuo collega. Ma nella tua le ore di sonno sono 5, alcune volte 4 e spesso non consecutive.

Le sue no.

Puoi fare come lui, ma giochiamocela alla pari.

E di tutto questo discorso che ti resta?
Solo tanta amarezza perché eri una donna in carriera, ma questo forse allo stato non piace.

Altrimenti ci avrebbe tutelate, e ci avrebbe permesso di restare a casa fino ai 14 mesi di nostro figlio, come in Germania.

Allo stato forse fai paura. L’ autonomia finanziaria è una roba dura da gestire altrimenti non si capisce perchè tra dipendenti e partite iva lo stato si insacchi quasi sempre il 50% del fatturato e non riesca a trovare i fondi per aiutarci.

Ho parlato di un’impiegata che lavora in un ufficio, ma ci sono dottoresse, infermiere, vigilesse del fuoco che salvano vite ed hanno le stesse tue e mie condizioni.

Allo stato non frega nulla, perchè se non ce la fai, lui ti paga la Naspi.

Ecco i numeri della vergogna:

37 mila donne nel 2019 hanno lasciato il lavoro per accudire i propri figli.
Il numero degli uomini che ha fatto lo stesso, è 13.947

 Nel 2020 ci sono state 42.000 dimissioni di genitori di bambini da zero a tre anni. Le donne siano il 77% del totale delle persone che si sono dimesse.
Dati forniti da: ispettorato del lavoro .Approfondisci qui

Piccola postilla:
Nella categoria medica c’èla figura del medico convenzionato. E’ un contratto da parasubordinato. Nello specifico per quanto riguarda la maternità, le dottoresse non rientrano nel testo unico e non essendo dipendenti, perché non versano i contributi all’INPS ma all’enpam ( la loro cassa di appartenenza) e il tutto è regolamentato dall’ACN ( è una sorta di accordo tra le parti) in cui

vengono considerati solamente i 5 mesi obbligatori remunerati al 80% calcolando l’ISEE dei due anni precedenti . Finita la maternità obbligatoriale dottoresse neomamme hanno due possibilità :


rientrare a lavorare oppure licenziarsi. La terza via può essere quella di chiedere la riduzione di orario prevista dall’articolo 18 peccato che non sia specificata e il tutto è lasciato alla discrezione della ASL per cui si lavora. Se mai dovessero andare incontro ad una gravidanza a rischio o se chiedessero una riduzione di orario al di sotto delle 24 ore settimanali il lavoro svolto non farà punteggio utile ai fini dell’avanzamento nella graduatoria regionale.


Nel contratto da convenzionato non sono altresì previste aspettative o 104 e la malattia che va oltre il mese viene poi scalata dalla pensione. per approfondimenti clicca qui

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